Diario teatrale (e non solo)

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martedì, 26 maggio 2009

XVII Festa delle scuole: I vincitori

thumbnailer.aspxOrmai i redattori di TeatroTeatro.it sanno di avere nel mese di maggio un'appuntamento ormai divenuto classico, atteso da coloro che scrivono per questa rivista specializzata con trepidazione e curiosità. Stiamo parlando naturalmente della Festa delle scuole, rassegna di teatro che coinvolge gli istituti del XIX municipio e da quest'anno anche alcuni plessi scolastici immediatamente limitrofì alla zona "ufficiale" del XIX, in un ideale allargamento che arriva ad abbracciare sempre più realtà, sempre più ragazzi. Anche questa XVII edizione è stata seguita dai redattori con rigore ed entusiasmo, sempre a stretto contatto con l'associazione Psicanalisi Contro - Compagnia teatrale Sandro Gindro, che si è distinta nel corso degli anni per l'impegno, la passione e l'umiltà impiegati nei laboratori teatrali per bambini e ragazzi. A turno i critici di TeatroTeatro.it si sono avvicendati in queste sere di maggio che tendono all'estate per studiare con attenzione il risultato di tanto lavoro compiuto con bambini ragazzi e giovani che hanno compiuto un'esperienza diversa all'interno della scuola. Ancora una volta, nella valutazione che ha portato ai vincitori di questa edizione, sono stati messi in primo piano i criteri che secondo noi e secondo la nostra esperienza in campo teatrale devono essere delle vere e proprie linee guida per qualunque lavoro all'interno (o all'esterno) di un'istituto scolastico. Il lavoro teatrale deve essere diventare un luogo di esplorazione di nuove possibilità espressive, piuttosto che una sorta di appendice dell'attività didattica, e chi prende parte all'allestimento di un lavoro teatrale si deve divertire. Quest'ultimo punto può sembrare quasi banale, eppure è il punto di partenza più elementare per la costruzione di uno spettacolo efficace. Inoltre uno spettacolo non deve essere mai lo strumento della vanità degli adulti ma sempre un atto d'amore e di rispetto nei confronti di giovani menti, colte nella delicata fase della formazione del giudizio e della personalità. Anche quest'anno è stata notata una crescita nella qualità degli spettacoli e dei laboratori e invitiamo ancora una volta docenti e collaboratori a incanalare l'energia e la vivacità dei ragazzi nella realizzazione dello spettacolo piuttosto che reprimerla e contenerla in modo innaturale. E' chiaro che si tratta di un lavoro improbo e a tratti molto difficile, ma è anche un lavoro molto generoso in termini di gratificazione per chi è in grado di portarlo a termine.

Veniamo ai vincitori di quest'anno nelle varie categorie:

Per la primaria dalla 1^ alla 3^ classe: La città dei robot (Lambruschini)
I bambini imparano con grande diligenza la sequenzialità delle azioni, soprattutto, da testo, capiscono che ad ogni azione corrisponde una reazione, che la loro presenza nel mondo incide su di loro e sugli altri; la stessa idea di usare la tecnologia e spostarne al futuro gli effetti li porta a capire il mondo in cui stanno per vivere, la società degli uomini che saranno.

Per la primaria di 4^ e 5^ classe: se il tempo fosse un gambero (I.C. Chiodi)
Uno spettacolo non facile da affrontare per attori più adulti e “maturi” (anche se non necessariamente i due attributi coincidono), ancora più complesso per una classe della quarta elementare, eppure una prova superata con impegno e (soprattutto) passione dai protagonisti sul palco. In particolar modo, colpisce la concentrazione della giovane Adelina, così piccola eppure così coraggiosa sotto i riflettori, capace di rimanere nel personaggio per tutta la durata dello spettacolo, ovvero più di un’ora. Diversi ragazzi, invece, si alternano nel vestire i panni del diabolico Max, tutti similmente capaci di interpretare il personaggio, anche se con qualche risata di troppo in scena, inevitabile tuttavia per chi vive il teatro con gran divertimento, senza nulla togliere alla qualità dello spettacolo.

Per le scuole superiori e per l'unica scuola media: George Dandin ovvero il marito umiliato (Istituto Superiore Gassman)
Attingendo dal testo di Moliere i ragazzi mettono in scena una storia buffa ma amara, cogliendo le atmosfere del testo originale, ma trasportandolo in un linguaggio più semplice e comune. Sciolti, decisi, armoniosi dimostrano inequivocabilmente di saper affrontare palco e platea, di occupare gli spazi giusti della scena, di utilizzare al massimo – ma senza strafare – le loro capacità espressive. Spicca tra tutti l’interprete del personaggio principale, Dandin, e quello del bizzarro Lupin, impegnati in una recitazione che riesce ad abbozzare un lavoro corporale e non solo vocale, e che testimonia, in parte, il non prevalere del testo sull’arte scenica. Il teatro non è infatti letteratura, ma quel luogo in cui i linguaggi si intersecano, divengono segni che concorrono alla formazione di un significato unitario. Suono, voce, corpo, luci, scena – ma oggi anche video, tecnologia ecc. - sono la grammatica di questo linguaggio a cui i ragazzi dimostrano di aver donato, se non completamente, almeno un minimo approccio.
Sono stati inoltre attribuiti due premi "coraggio": ai bambini della Sacchetto per l'Avare di Moliére e ai bambini della Bresso infanzia per E' primavera svegliatevi bambini.

Bacchettate sulle dita, invece, per i bambini protagonisti del Gobbo di Notre Dame così convinti di vincere da lasciare la sala all'annunzio dei vincitori. Questo non è lo spirito della competizione e di certo dovrebbero imparare a perdere con eleganza, molto più difficile del facilissimo vincere con dignità.

Ancora una volta rinnoviamo l'invito alle scuola a dedicare più spazi, ore ed entusiasmo all'attività teatrale di giovani e giovanissimi. Il tempo dato a questo tipo di lavoro non è mai "rubato" o "sottratto" alla didattica tradizionale quanto piuttosto "regalato" a chi se ne giova come un prezioso atto di amore e di fiducia. Proprio per questo, docenti e operatori, osate sempre di più nella scelta dei testi, nelle regie e nelle messe in scena, coinvolgete sempre di più i vostri protetti e ascoltate con attenzione le loro richieste. Quest'anno ci sono stati troppi Goldoni, troppi Moliere... sono davvero scelte autonome dei ragazzi? Concludiamo affermando con forza che il teatro dona libertà e immediatezza: tesori di incommensurabile valore per i più piccoli così come per gli adulti.

Mauro Corso


Pubblicato su TeatroTeatro.it
postato da: resio alle ore 01:53 | link | commenti (2)
categorie: articoli di teatro
lunedì, 30 marzo 2009

Sopra le nuvole

sopralenuvoleNel marzo 1944 alcuni paesi dell’Appennino tosco emiliano (Monchio, Costrignano, Susano, Savoniero, Cervarolo) furono teatro di tremendi rastrellamenti e massacri effettuati dalla compagnia tedesca Hermann Goering. Non furono risparmiati neppure le donne e i bambini. Sopra le nuvole nasce dalla duplice esigenza di ricordare quei crimini efferati e di rendere onore alle vittime delle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. Al di là di questo nobile intento si può dire che i pregi di questo film sono almeno due. In primo luogo si tratta di un film autoprodotto, quindi realizzato in mezzo a difficoltà enormi che si possono solo immaginare. La cosa più lodevole è stata però quella di coinvolgere nella realizzazione (quasi pasolinianamente) la popolazione locale, i discendenti delle vittime, chi porta nel proprio sangue il patrimonio di carne e memoria di chi è caduto preda della barbarie della guerra.

Quello che viene presentato in principio del film è un quadro idilliaco delle comunità montane emiliane, complice una sognante sovraesposizione della pellicola che richiama alle memorie lontane, ai ricordi più dolci dell’infanzia. I personaggi sono esposti in maniera affettuosa e partecipata e gli interpreti, benché non siano attori professionisti, comunque si gettano in questa impresa con cuore e generosità. La prima parte del film, pur dilungandosi molto, ha diversi spunti interessanti nella ricostruzione precisa ai limiti dell’etnografico delle tradizioni di quei paesi montani (il maggio, la danza dei gobbi) e la regia è improntata a una nobile sobrietà e a una semplicità dell’inquadratura comunque commendevole.

Purtroppo gli spunti positivi del film terminano qui. Gli attori improvvisati spesso arrancano sulle spigolosità di una sceneggiatura molto semplicistica nella trattazione dei dialoghi (es.: "Ma noi siamo poveri contadini!" "Sì, ma venderemo cara la pelle!"), e questo anziché conferire realismo agli eventi finisce per banalizzarli. La pellicola, anziché creare una sorta di percorso della memoria, forse schiacciata dall’importanza del suo compito, mostra semplicemente che alcune persone erano vive e sono state uccise, senza dare conto delle conseguenze storiche e sociali di quei massacri. Perché non se ne ha memoria? I carnefici sono stati perseguiti dalla legge? Domande che restano senza risposta. La rappresentazione che viene data dei tedeschi, in particolare del capitano, è macchiettistica e ricerca sullo schermo una sorta di "vendetta del grottesco" nei confronti del crudele capo della compagnia intitolata al maresciallo del Reich. Nonostante un inizio molto interessante Sopra le nuvole rientra rapidamente in una categoria di film convenzionali che si sperava dimenticata (viene in mente il morettiano Ecce bombo e i sidecar nazisti). Non resta che sperare che questa pellicola non diventi lo strumento di tortura nei confronti di generazioni di scolaresche innocenti.

La frase:
- "Quando è stata scritta la lettera?"
- "Un mese fa".

(Mauro Corso)


Pubblicato su Filmup.com
postato da: resio alle ore 12:12 | link | commenti
categorie: recensioni cinematografiche

I Compromessi Sposi

Il testo manzoniano forse più che la Divina Commedia dantesca è uno di quei libri che si ama di più prendere in giro, contaminare, stravolgere e dileggiare. Basti pensare a tutte le trasformazioni televisive e teatrali di cui è stato protagonista. Probabilmente una specie di contrappasso in onore di tutti gli studenti che sono stati torturati con il romanzo italiano per eccellenza in età scolare e che quindi, grazie all'estro comico nostrano, possono prendersi una piccola rivincita in qualità di pubblico malignamente compiaciuto.


compromessiI compromessi sposi ripercorrono la vicenda di Renzo e Lucia nella chiave satirica più semplice e comprensibile. La fabula manzoniana viene ripresa in maniera apparentemente letterale, mentre in realtà vengono inserite alcune impercettibili variazioni che alterano continuamente il registro da drammatico in comico. Don Rodrigo diventa così originario di Acerra, quasi esportatore di attività criminali alla maniera della mala del Brenta e tutti i personaggi si rapportano l'uno all'altro in modo francamente poco serio. Secondo la tradizione della commedia dell'arte tutte le regioni italiane sono rappresentate a livello dialettale e lo spunto di una Lucia stonata in una commedia musicale è una svolta davvero imprevista. Le parti recitate sono spesso una girandola di freddure, battute ed esuberanti movimenti corporei in grado di strappare più di una risata anche allo spettatore più arcigno. Molti momenti sono poi sottolineati da intermezzi musicali. Alcuni hanno (lodevolmente) l'intento di agevolare il cambio di scene, mentre tutti gli altri stacchetti sono parte integrante della commedia.

E qui iniziano i problemi. Nonostante la bravura e la professionalità dei cantanti e del corpo di ballo (anche lo stesso Buccirosso dimostra una notevole versatilità), gli stacchi musicali sono troppo frequenti, troppo lunghi, non sempre sono del tutto riusciti e ampliano i tempi della commedia fino all'inverosimile durata di due ore e quaranta! Forse una maggiore sobrietà dal punto di vista cronologico aumenterebbe anche la godibilità di un lavoro teatrale che verso la conclusione inizia a farsi sentire come interminabile. Peccato.

(Mauro Corso)

Pubblicato su TeatroTeatro.it
postato da: resio alle ore 12:06 | link | commenti
categorie: recensioni teatrali

I Mostri Oggi

Iniziamo col dire che è impossibile inserirsi in una nobile tradizione senza attendersi paragoni, misurarsi con “mostri” sacri senza aspettarsi confronti. Il classico di Dino Risi I mostri così come –seppur in misura minore- il successivo I nuovi mostri sono pellicole che hanno fatto epoca, che non solo hanno descritto con grande lucidità i principali vizi degli italiani ma hanno saputo anche precorrere i tempi e intuire quali sarebbero stati gli sviluppi e le conseguenze pre e post boom economico e tutte le storture mentali e sociali che ne sarebbero scaturite.

thumbnailer.aspxLa forza graffiante e la comicità dei Mostri si basava su un metodo molto semplice già abbondantemente praticato nella letteratura satirica latina. Veniva cioè presentata una situazione quotidiana con personaggi comuni, con i quali era semplice identificarsi e poi, nel finale (“in clausula”), veniva inserito un elemento sorprendente e grottesco, una ripugnante deviazione dalla norma. Quando quel momento arrivava il processo di identificazione era già completo e lo spettatore non poteva più sottrarsi alle conseguenza di azioni fino a quel momento ritenute ragionevoli. Questo per quanto riguarda il classico di Risi del 1963.

Veniamo ora ai Mostri (oggi). Sono sedici episodi interpretati da alcuni dei nostri migliori comici che dovrebbero dare una rappresentazione satirica dei nostri costumi attuali in linea con l’illustre predecessore. In almeno un paio di casi viene scelta la via della citazione letterale (mascherata da omaggio), in particolare viene ripreso l’episodio del marito cornuto che aveva visto protagonisti Tognazzi e Buzzanca e l’episodio del malconcio con Alberto Sordi. Con qualche variazione. A parte un paio di episodi si percepisce chiaramente la mancanza di qualcosa, della forza di un’idea che riesca ad essere davvero sferzante. I testi, quando non cadono nel luogo comune, si dimostrano spesso deboli e poco concludenti e l’esito sarebbe frequentemente disastroso se attori come Abatantuono, Bisio o la Finocchiaro non soccorressero continuamente con il loro estro e la loro bravura una sceneggiatura che purtroppo desta non poche perplessità. Purtroppo gli attori si distanziano quasi immediatamente dal testo che devono interpretare, lasciando trapelare già dal principio il grottesco dei loro personaggi, impedendo così quel processo di identificazione che era alla base della pellicola di Risi.

Quindi, nonostante qualche spunto interessante (l’episodio del funerale, dallo psicanalista e l’episodio sul capovolgimento del precariato) si ha la sensazione che gli autori arranchino dietro a una realtà in perenne movimento che intuiscono, ma non riescono ad afferrare del tutto. Peccato.

(Mauro Corso)

Pubblicato su FilmFilm.it
postato da: resio alle ore 12:02 | link | commenti
categorie: recensioni cinematografiche
domenica, 22 marzo 2009

La grande cena

Trama:

In un futuro prossimo. In un luogo qualsiasi del pianeta, verso il sud del mondo.
Nell’era dell’orizzontalizzazione finale. Una spiaggia, una capanna costruita con mezzi di fortuna.
Un uomo, Rocco, ha interrotto il suo viaggio “verso…” ma solo per riposare.
Un altro uomo, Carlo, giunge a spezzare ogni suo equilibrio, a interrompere il silenzio, la solitudine che lo hanno accompagnato da sempre. Anche lui in viaggio “verso…”, ma con obiettivi precisi. Sa che vuole trovare il luogo giusto per fermarsi per sempre. Sa che vuole trovare una donna e tenersela per sempre… Sa che ha fame. Ed è determinato ad avere la sua grande cena per quella stessa sera.

Recensione

grandecenaLa scena si apre sul rovesciamento di un panorama idilliaco, dovrebbe essere una spiaggia ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Il mare ha un colore malato e sullo sfondo si scorge una foresta scura e contorta che ricorda da vicino l’inferno dantesco e più precisamente il bosco descritto nel canto XIII: “Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco”. Lo sfondo della selva dei suicidi è in effetti più adatto per mostrare il compimento dell’autodistruzione dell’umanità, un’autodistruzione che ha il sapore dell’apocalisse, della venuta dell’anticristo. Il sempre ottimo Luigi Iacuzio infatti apre con un lungo monologo sui documenti d’identità che a un’attenta analisi ricorda il libro delle Rivelazioni XIII 16-17: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome”. Eppure non si può sentire la presenza del Maligno, la cui immanenza sarebbe probabilmente assolutoria nei confronti di un’umanità che distrugge solo perché è quello che sa fare meglio.

Su questo sfondo avviene l’incontro fra Carlo e Rocco, due uomini sconosciuti, atterriti e aggressivi accomunati dalla fame, dal bisogno di nutrirsi, il più elementale degli esseri viventi. Il loro dialogo si dipana sul terreno della razionalizzazione di questa urgenza, dal bisogno di cogliere l’astrazione di un morso interno che è però totalmente fisico e dunque non si può liberare dalla stretta del corpo. Da qui l’inconciliabilità di istanze di sopravvivenza e nobile umanitarismo, separate dall’eterna lunghezza che divide vittima e carnefice.

E’ allora che arriva Hyam (diminutivo del nome ebraico Chaim, che vuol dire “vita”), che dietro la sua apparente maternità, innocente nella sua follia di fronte al disastro, cela in realtà inquietanti ambiguità a partire dal nome (Chaim in realtà è un nome maschile). Fino alla conclusione. Mostruosa o solo necessaria? Da questo dubbio emerge il chiaro monito ecologista de La grande cena.

Arricchito da un cast tecnico e artistico di alto livello, La grande cena ha tutti i requisiti per turbare e per fare discutere la nostra razionale umanità. Razionale, naturalmente, finché sazia. Dopo, non è dato saperlo.

(Mauro Corso)

 

Pubblicato su TeatroTeatro.it

postato da: resio alle ore 03:02 | link | commenti
categorie: recensioni teatrali
mercoledì, 15 ottobre 2008

Portamitanterose.it

Il titolo di questo spettacolo si presta fin dall'inizio a un curioso paradosso. "Portami tante rose" è in effetti il titolo di una famosissima canzone che ha percorso la storia della musica leggera italiana del '900. Prima di tutto è un tormentone di epoca fascista, poi è diventato cavallo di battaglia di Wanda Osiris nelle sue lunghe discese di auree scalinate. Infine, nel 1967, la nota canzone è stata ripresa dai Camaleonti. Aggiungendo al titolo di questo caposaldo della canzone italiana il ben noto ".it" si vorrebbe traghettare nel nuovo millennio il passato, ma in questo intento c'è una contraddizione. Se si prova a cercare www.portamitanterose.it, ci si rende conto che questo sito in realtà non esiste: un peccato visto anche quanto è ormai economico creare un sito internet (negli Stati Uniti vengono creati siti anche per prodotti fittizi visti in serial televisivi). Tanto più che questo fantomatico portale viene continuamente evocato durante lo spettacolo. Avrebbe potuto diventare un ulteriore punto di aggregazione per i fan di Amici.

fotodigruppo

Sin dalle prime battute è evidente che la facciata di digitalizzazione cela un contenuto quanto mai analogico, apertamente orientato al passato vicino e lontano della canzone leggera. Portamitanterose.it in effetti, come recita del resto la locandina, non è un musical né una commedia musicale, quanto piuttosto una "commedia con musiche". La trama è quanto meno esile: una compagnia cerca dei finanziamenti per il proprio spettacolo e nel frattempo prova le canzoni e le danze che daranno corpo alla loro rappresentazione. In fondo altro non è che un contenitore di successi musicali italiani e stranieri, con una spiccata preferenza per il periodo tra gli anni '60 e '70. Non mancano citazioni da musical classici, da Cantando sotto la pioggia a Chorus Line, da New York New York fino a Grease.

Protagonisti alcuni dei ragazzi di Amici, coadiuvati e "aggregati" da una veterana dello spettacolo come Valeria Valeri, che si esibisce con notevole vigore in più di un brano "vintage". I ragazzi, beniamini del pubblico televisivo, sono onestamente bravi e tecnicamente preparati. Il modello contenitore rischia però di diventare a lungo andare ripetitivo, nonostante gli interventi smaccatamente comici di Pierfrancesco Poggi e Paolo Ruffini che alleggeriscono molto la struttura rigida della commedia con musiche che, come è ben comprensibile, deve dare visibilità e un paio di numeri a tutti i componenti del cast.

In definitiva si tratta di un'operazione molto astuta e studiata a tavolino a partire dal successo di una trasmissione televisiva. Con questo non si vuole dare un giudizio di tipo moralistico: anche nella furbizia ci vuole evidentemente talento e capacità. Anzi, si vuole rendere anche una nota di merito. Se questo può servire ad avvicinare il pubblico televisivo alla sala di un teatro, ben venga anche Portamitanterose.it e questi ragazzi belli, bravi, estrosi ed entusiasti.

Mauro Corso

Pubblicato su www.teatroteatro.it
postato da: resio alle ore 16:46 | link | commenti (2)
categorie: recensioni teatrali
mercoledì, 24 settembre 2008

Casalinghi disperati

Ormai la realtà dei separati, che vivono lontani da moglie e figli, è diventata una realtà sociale di una certa rilevanza in Italia. Si tratta di un popolo di invisibili, che anche se cercano di vivere un'esistenza di facciata all'insegna della normalità si trovano in un disagio esistenziale molto profondo, difficilmente raccontabile o comunicabile. Quindi ben vengano anche rappresentazioni brillanti come questo Casalinghi disperati, che tenta di riportare una situazione ormai all'ordine del giorno, e in modo leggero e gradevole.

01casalinghi_disperati_locandinaAlberto, Giulio, Luigi e Attilio sono la personificazione, ciascuno a suo modo, del disagio di essere uomini alla ricerca di una propria identità. Andiamo dal palestrato, la cui cura del corpo denuncia un grado molto elevato di femminilizzazione, all'impotente, passando per il marito scopertosi omosessuale fino ad arrivare al classico cocu, termine elegante per definire il cornuto. Ciascuno di questi ha un figlio o una figlia che per varie ragioni non vedono mai e con cui non hanno un vero rapporto (la casistica italiana dimostra che la prole viene affidata nella gran maggioranza dei casi alla moglie). E così i personaggi di questa tragicommedia vivono insieme, tra routine e confessioni, momenti di debolezza e difficoltà. Ne esce un quadro molto vivace, in cui però spesso l'eccesso di movimento nasconde una desolazione profonda e persistente. Lascia perplessi la scelta degli autori di spingere l'acceleratore sull'equivoco omosessuale. Anche il personaggio di Giulio, interpretato da un bravo Gianni Cannavacciuolo che molto spesso riempie la scena con la sua parlantina e la sua fisicità esuberante, qualche volta ricade nello stereotipo gay. Questi elementi troppo spesso danno la stura a battutacce e situazioni da caserma, in cui vengono involontariamente mimati rapporti a sfondo omosessuale. Nulla di riprovevole in questo, si badi bene, e di certo l'apprezzamento di questo genere di umorismo dipende molto dai gusti personali, però questi momenti appaiono spesso troppo calcati e non del tutto congeniali al tipo di storia che viene raccontata.

Una storia scandita dal marchio d'infamia dell'immutabilità di una situazione, come dice il titolo stesso, disperata. Anche se il nome della commedia fa il verso alla famosa serie televisiva statunitense, Casalinghi disperati è ben lontano dal raggiungere la portata innovativa della "sorella maggiore" della tv. Sembra piuttosto richiamarsi a un certo tipo di scrittura teatrale, anche se di buon livello, che poteva essere in voga negli anni '80, anche per il tipo di linguaggio e di situazioni presentate. Ciò nonostante è uno spettacolo che regala due ore piacevoli e un finale dolce-amaro. Con una possibilità di riscatto... ma una sola.

(Mauro Corso)

Pubblicata su Teatro.Teatro.it
postato da: resio alle ore 15:33 | link | commenti
categorie: recensioni teatrali
giovedì, 04 settembre 2008

I Mostri

A cavallo tra la fine degli anni ’50 e i primi anni ’60 l’Italia smette di essere un paese ad economia sostanzialmente agricola e avvia il processo di industrializzazione che nel giro di un decennio la porterà al cosiddetto boom economico. La struttura sociale del paese inizia a trasformarsi molto rapidamente con l’ampliamento di base della classe operaia e lo sviluppo del terziario. In un certo senso, è davvero in quegli anni che nasce l’Italia di oggi, e rivedere a distanza di decenni questo film satirico di Dino Risi lo conferma senza ombra di dubbio.

i_mostri_-_dino_risi

Uscito nelle sale nel 1963, I mostri è un film ad episodi di lunghezza molto variabile (alcuni sono così brevi da avere una durata al di sotto del minuto) che esplora la realtà di quegli anni con una lucidità ancora non pareggiata ai giorni nostri. Basti pensare al primo episodio, in cui viene mostrato uno dei principali difetti italiani, la furbizia, quella degradazione dell’arte dell’arrangiarsi che porta gli estimatori di questo vizio ad approfittarsi sempre e comunque (specie nelle piccole cose) del prossimo, quasi per una questione d’onore. Il fulminante finale è da brivido e di un’attualità che lascia sgomenti. Così vengono esaminate con pari ironia le figure del tifoso, del senatore immerso nella commmistione tra politica e affarismo; Risi si sofferma sul carattere narcotizzante della televisione e sull’inseguimento dei miti moderni del consumismo, la cui icona per eccellenza è naturalmente l’automobile (la vecchia 600!).

Mattatori di questa mirabolante girandola di figure grottesche sono Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, che mai come in questo film si rendono “maschere” al servizio del proprio tempo, in grado di passare con estrema disinvoltura tra i caratteri più vari e antitetici. Così Gassman passa dal personaggio del principe del foro a quello del pugile suonato, mentre Tognazzi può essere un azzimato senatore o un sordido procacciatore di affari.

Nella versione restaurata lodevolmente dalla Cineteca nazionale sono stati inseriti i frammenti di due episodi che poi non hanno trovato la propria strada nel lungometraggio completo: il cerbero domestico e l’attore, entrambi interpretati da Tognazzi. Unico particolare davvero spassoso è che nell’attore Tognazzi viene scambiato dal passeggero di un vagone ristorante per Gassman, ma in realtà queste riprese sono interessanti solo per cinefili e studiosi.

Quello che è davvero inquietante è come i difetti di allora siano diventati nella società italiana vizi inveterati e, per così dire, “endemici”. Dino Risi profeta? Sembrerebbe proprio di sì.

La frase: Uccide il padre dopo averlo derubato.

Mauro Corso

Pubblicato su Filmup.com
postato da: resio alle ore 07:26 | link | commenti
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mercoledì, 03 settembre 2008

Paper soldier (Venezia 2008)
 
E' una canzone del 1959 del menestrello del disgelo, Bulat Okudzhava, a dare il titolo al terzo lungometraggio del trentaduenne Alexej German Jr. Un brano musicale apparentemente scherzoso, ma come spesso succede in Okudzhava in realtà mortalmente serio. "C'era una volta un soldato, bello e coraggioso, ma era soltanto un giocattolo: era un soldato di carta" così recita la prima strofa della canzone che termina con "Vuoi andare nel fuoco, e vacci! E ci saltò dentro un bel giorno, e così se ne andò in fumo per nulla: era un soldato di carta".

papersoldier 
Dopo aver ricreato l'atmosfera prerivoluzionaria e i giorni concitati della seconda guerra mondiale Alexej German Jr dà la sua versione antiepica di un altro momento chiave della storia dell'Unione sovietica: la conquista dello spazio, con il primo viaggio al di fuori dell'atmosfera terrestre di Jurij Gagarin. Punto di particolare interesse per il regista russo è la storia vista con gli occhi degli uomini comuni, in questo caso attraverso lo sguardo di Daniel Pokrovskij, un ufficiale medico di stanza presso il cosmodromo situato in Kazachistan, allora agli albori.
 
La vicenda di Daniel si snoda su due percorsi solo apparentemente paralleli. Da un lato è coinvolto in un rapporto molto complesso con due donne, Vera e Nina, mentre allo stesso tempo è lacerato dai dubbi sull'utilità dell'intera missione spaziale. Stalin è morto ormai da otto anni e nel 1956 Krushchev ha iniziato la destalinizzazione, però l'ombra del terribile dittatore è sempre presente, sia nella fotografia che un ambulante cerca di vendere al dottore, sia nei lager che vediamo distrutti (in realtà da Solzhenicyn sappiamo bene che anche allora era una realtà tutt'altro che dismessa). E poi ci sono loro, gli astronauti, i soldatini di carta votati al sacrificio. Un sacrificio utile, un giusto tributo da pagare alle leggi del destino? Il dilemma di Daniel è naturalmente senza risposta, e il fato spesso invocato dal dottore è un'entità capricciosa e mortale, con cui non si può scherzare senza pagarne il prezzo.
 
La direzione di Alexej German Jr è anche stavolta di grandissima eleganza dal punto di vista formale, con uno studio dell'inquadratura ed una gestione della troupe perfetta nei minimi dettagli. In effetti il quadro del regista russo è molto simile ad un enorme carillon, in cui ogni elemento si muove con una precisione degna di un complicato congegno ad orologeria. Indimenticabili molte sequenze, tra cui una corsa in bicicletta tra astronauti dentro alle loro tute pressurizzate. A prevalere al termine è un istinto femminile del tutto cecoviano, concreto e rassegnato allo stesso tempo. E così ancora rivivono le parole immortale del finale di Zio Vanja... ma, sembra dire il regista, è davvero possibile pensare di avere pace?
 
La frase: Perché tutto in questo paese si chiama Sputnik?
 
Mauro Corso

Pubblicato su Filmup.com
postato da: resio alle ore 00:11 | link | commenti
categorie: recensioni cinematografiche, venezia 2008

Below sea level (Venezia 2008)
 
Non c'è nulla di più cinematografico di un non luogo. Spazi aperti, geograficamente collocati che però potrebbero essere ovunque o da nessuna parte ma che normalmente non esistono. Spesso esistono solo nel momento in cui vengono documentati, come in questo caso. A volte si trovano in regioni molto vicine alla "civiltà", al glamour, alle località delle mille occasioni. Il regista italiano Gianfranco Rosi in questo Below sea level documenta quattro anni di vita di una minuscola comunità che vive in pieno deserto californiano a "soli" trecento chilometri a sud ovest di Los Angeles. Come suggerisce il titolo, in una depressione effettiva e metaforica "sotto il livello del mare". Le regole per il vagabondaggio negli Stati Uniti sono molto strette: si può stare in una grande città solo se si ha una residenza o si è registrati presso un rifugio per senzatetto e si può stare tra le montagne solo per quindici giorni. Anche in questo caso, solo se si ha una regolare residenza. Però il deserto è così grande che nessuno ti chiede nulla e nessuno ti viene a cercare. Questo è il punto di vista di Mike, uno dei tanti "disadattati" che vivono in roulotte senza elettricità né acqua e che ha solo un sogno: la sua canzone, il suo modo per esprimere la sua esistenza silenziosa.

sealevel
 
Rosi costruisce una narrativa basata sulle storie spesso tragiche degli abitanti di questo quartiere senza nome con sensibilità e rispetto, lontani da accenti patetici e sentimentali. Eppure si tratta spesso di vite profondamente segnate da eventi traumatici, come la perdita di figli o l'esperienza della guerra. Vi sono poi personaggi straordinari come Wayne il pazzo, sempre pronto a bestemmiare, a sbraitare, a minacciare di prendere un fucile a canne mozze e a uccidere tutti... quando in realtà Wayne è il personaggio più tenero dei tanti rappresentati, con il suo costante bisogno di affetto ed il suo amore viscerale e disinteressato nei confronti dei cagnolini. "Mordetemi, baciatemi -dice- io vi amerò lo stesso". Uno dei suoi cani curiosi è, secondo quanto dice, un incrocio tra un pitbull e un chihuaha. Chi lo sa. La verità è che il non luogo è la zona ideale per una ricostruzione di una narrativa personale. Nessuna di queste persona mostra di essere disperata o autodistruttiva. Certo, ci sono casi di alcolismo, però sono tutti animati dalla voglia di andare avanti, di trovare un senso, un amicizia, forse persino l'amore.
 
La verità è che il quadro delineato da Gianfranco Rosi potrebbe quasi corrispondere a una prospettiva post atomica alla Mad Max, ma senza gli aspetti violenti di quel film di fantascienza apocalittico. Forse è questo quello che accadrebbe qualora le regole dell'uomo dovessero essere gettate via a seguito di un evento catastrofico, si formerebbero piccole comunità autonome di mutua assistenza, in un vuoto assoluto.
 
La frase: Questa non è la California, qui non siamo da nessuna parte.
 
Mauro Corso

Pubblicato su Filmup.com
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categorie: recensioni cinematografiche, venezia 2008