Ormai i redattori di TeatroTeatro.it sanno di avere nel mese di maggio un'appuntamento ormai divenuto classico, atteso da coloro che scrivono per questa rivista specializzata con trepidazione e curiosità. Stiamo parlando naturalmente della Festa delle scuole, rassegna di teatro che coinvolge gli istituti del XIX municipio e da quest'anno anche alcuni plessi scolastici immediatamente limitrofì alla zona "ufficiale" del XIX, in un ideale allargamento che arriva ad abbracciare sempre più realtà, sempre più ragazzi. Anche questa XVII edizione è stata seguita dai redattori con rigore ed entusiasmo, sempre a stretto contatto con l'associazione Psicanalisi Contro - Compagnia teatrale Sandro Gindro, che si è distinta nel corso degli anni per l'impegno, la passione e l'umiltà impiegati nei laboratori teatrali per bambini e ragazzi. A turno i critici di TeatroTeatro.it si sono avvicendati in queste sere di maggio che tendono all'estate per studiare con attenzione il risultato di tanto lavoro compiuto con bambini ragazzi e giovani che hanno compiuto un'esperienza diversa all'interno della scuola. Ancora una volta, nella valutazione che ha portato ai vincitori di questa edizione, sono stati messi in primo piano i criteri che secondo noi e secondo la nostra esperienza in campo teatrale devono essere delle vere e proprie linee guida per qualunque lavoro all'interno (o all'esterno) di un'istituto scolastico. Il lavoro teatrale deve essere diventare un luogo di esplorazione di nuove possibilità espressive, piuttosto che una sorta di appendice dell'attività didattica, e chi prende parte all'allestimento di un lavoro teatrale si deve divertire. Quest'ultimo punto può sembrare quasi banale, eppure è il punto di partenza più elementare per la costruzione di uno spettacolo efficace. Inoltre uno spettacolo non deve essere mai lo strumento della vanità degli adulti ma sempre un atto d'amore e di rispetto nei confronti di giovani menti, colte nella delicata fase della formazione del giudizio e della personalità. Anche quest'anno è stata notata una crescita nella qualità degli spettacoli e dei laboratori e invitiamo ancora una volta docenti e collaboratori a incanalare l'energia e la vivacità dei ragazzi nella realizzazione dello spettacolo piuttosto che reprimerla e contenerla in modo innaturale. E' chiaro che si tratta di un lavoro improbo e a tratti molto difficile, ma è anche un lavoro molto generoso in termini di gratificazione per chi è in grado di portarlo a termine.
Veniamo ai vincitori di quest'anno nelle varie categorie:
Per la primaria dalla 1^ alla 3^ classe: La città dei robot (Lambruschini)
I bambini imparano con grande diligenza la sequenzialità delle azioni, soprattutto, da testo, capiscono che ad ogni azione corrisponde una reazione, che la loro presenza nel mondo incide su di loro e sugli altri; la stessa idea di usare la tecnologia e spostarne al futuro gli effetti li porta a capire il mondo in cui stanno per vivere, la società degli uomini che saranno.
Per la primaria di 4^ e 5^ classe: se il tempo fosse un gambero (I.C. Chiodi)
Uno spettacolo non facile da affrontare per attori più adulti e “maturi” (anche se non necessariamente i due attributi coincidono), ancora più complesso per una classe della quarta elementare, eppure una prova superata con impegno e (soprattutto) passione dai protagonisti sul palco. In particolar modo, colpisce la concentrazione della giovane Adelina, così piccola eppure così coraggiosa sotto i riflettori, capace di rimanere nel personaggio per tutta la durata dello spettacolo, ovvero più di un’ora. Diversi ragazzi, invece, si alternano nel vestire i panni del diabolico Max, tutti similmente capaci di interpretare il personaggio, anche se con qualche risata di troppo in scena, inevitabile tuttavia per chi vive il teatro con gran divertimento, senza nulla togliere alla qualità dello spettacolo.
Per le scuole superiori e per l'unica scuola media: George Dandin ovvero il marito umiliato (Istituto Superiore Gassman)
Attingendo dal testo di Moliere i ragazzi mettono in scena una storia buffa ma amara, cogliendo le atmosfere del testo originale, ma trasportandolo in un linguaggio più semplice e comune. Sciolti, decisi, armoniosi dimostrano inequivocabilmente di saper affrontare palco e platea, di occupare gli spazi giusti della scena, di utilizzare al massimo – ma senza strafare – le loro capacità espressive. Spicca tra tutti l’interprete del personaggio principale, Dandin, e quello del bizzarro Lupin, impegnati in una recitazione che riesce ad abbozzare un lavoro corporale e non solo vocale, e che testimonia, in parte, il non prevalere del testo sull’arte scenica. Il teatro non è infatti letteratura, ma quel luogo in cui i linguaggi si intersecano, divengono segni che concorrono alla formazione di un significato unitario. Suono, voce, corpo, luci, scena – ma oggi anche video, tecnologia ecc. - sono la grammatica di questo linguaggio a cui i ragazzi dimostrano di aver donato, se non completamente, almeno un minimo approccio.
Sono stati inoltre attribuiti due premi "coraggio": ai bambini della Sacchetto per l'Avare di Moliére e ai bambini della Bresso infanzia per E' primavera svegliatevi bambini.
Bacchettate sulle dita, invece, per i bambini protagonisti del Gobbo di Notre Dame così convinti di vincere da lasciare la sala all'annunzio dei vincitori. Questo non è lo spirito della competizione e di certo dovrebbero imparare a perdere con eleganza, molto più difficile del facilissimo vincere con dignità.
Ancora una volta rinnoviamo l'invito alle scuola a dedicare più spazi, ore ed entusiasmo all'attività teatrale di giovani e giovanissimi. Il tempo dato a questo tipo di lavoro non è mai "rubato" o "sottratto" alla didattica tradizionale quanto piuttosto "regalato" a chi se ne giova come un prezioso atto di amore e di fiducia. Proprio per questo, docenti e operatori, osate sempre di più nella scelta dei testi, nelle regie e nelle messe in scena, coinvolgete sempre di più i vostri protetti e ascoltate con attenzione le loro richieste. Quest'anno ci sono stati troppi Goldoni, troppi Moliere... sono davvero scelte autonome dei ragazzi? Concludiamo affermando con forza che il teatro dona libertà e immediatezza: tesori di incommensurabile valore per i più piccoli così come per gli adulti.
Mauro Corso
Nel marzo 1944 alcuni paesi dell’Appennino tosco emiliano (Monchio, Costrignano, Susano, Savoniero, Cervarolo) furono teatro di tremendi rastrellamenti e massacri effettuati dalla compagnia tedesca Hermann Goering. Non furono risparmiati neppure le donne e i bambini. Sopra le nuvole nasce dalla duplice esigenza di ricordare quei crimini efferati e di rendere onore alle vittime delle ultime fasi della Seconda guerra mondiale. Al di là di questo nobile intento si può dire che i pregi di questo film sono almeno due. In primo luogo si tratta di un film autoprodotto, quindi realizzato in mezzo a difficoltà enormi che si possono solo immaginare. La cosa più lodevole è stata però quella di coinvolgere nella realizzazione (quasi pasolinianamente) la popolazione locale, i discendenti delle vittime, chi porta nel proprio sangue il patrimonio di carne e memoria di chi è caduto preda della barbarie della guerra.
I compromessi sposi ripercorrono la vicenda di Renzo e Lucia nella chiave satirica più semplice e comprensibile. La fabula manzoniana viene ripresa in maniera apparentemente letterale, mentre in realtà vengono inserite alcune impercettibili variazioni che alterano continuamente il registro da drammatico in comico. Don Rodrigo diventa così originario di Acerra, quasi esportatore di attività criminali alla maniera della mala del Brenta e tutti i personaggi si rapportano l'uno all'altro in modo francamente poco serio. Secondo la tradizione della commedia dell'arte tutte le regioni italiane sono rappresentate a livello dialettale e lo spunto di una Lucia stonata in una commedia musicale è una svolta davvero imprevista. Le parti recitate sono spesso una girandola di freddure, battute ed esuberanti movimenti corporei in grado di strappare più di una risata anche allo spettatore più arcigno. Molti momenti sono poi sottolineati da intermezzi musicali. Alcuni hanno (lodevolmente) l'intento di agevolare il cambio di scene, mentre tutti gli altri stacchetti sono parte integrante della commedia.
E qui iniziano i problemi. Nonostante la bravura e la professionalità dei cantanti e del corpo di ballo (anche lo stesso Buccirosso dimostra una notevole versatilità), gli stacchi musicali sono troppo frequenti, troppo lunghi, non sempre sono del tutto riusciti e ampliano i tempi della commedia fino all'inverosimile durata di due ore e quaranta! Forse una maggiore sobrietà dal punto di vista cronologico aumenterebbe anche la godibilità di un lavoro teatrale che verso la conclusione inizia a farsi sentire come interminabile. Peccato.
(Mauro Corso)
Pubblicato su TeatroTeatro.it
La forza graffiante e la comicità dei Mostri si basava su un metodo molto semplice già abbondantemente praticato nella letteratura satirica latina. Veniva cioè presentata una situazione quotidiana con personaggi comuni, con i quali era semplice identificarsi e poi, nel finale (“in clausula”), veniva inserito un elemento sorprendente e grottesco, una ripugnante deviazione dalla norma. Quando quel momento arrivava il processo di identificazione era già completo e lo spettatore non poteva più sottrarsi alle conseguenza di azioni fino a quel momento ritenute ragionevoli. Questo per quanto riguarda il classico di Risi del 1963.La grande cena
In un futuro prossimo. In un luogo qualsiasi del pianeta, verso il sud del mondo.
Nell’era dell’orizzontalizzazione finale. Una spiaggia, una capanna costruita con mezzi di fortuna.
Un uomo, Rocco, ha interrotto il suo viaggio “verso…” ma solo per riposare.
Un altro uomo, Carlo, giunge a spezzare ogni suo equilibrio, a interrompere il silenzio, la solitudine che lo hanno accompagnato da sempre. Anche lui in viaggio “verso…”, ma con obiettivi precisi. Sa che vuole trovare il luogo giusto per fermarsi per sempre. Sa che vuole trovare una donna e tenersela per sempre… Sa che ha fame. Ed è determinato ad avere la sua grande cena per quella stessa sera.
La scena si apre sul rovesciamento di un panorama idilliaco, dovrebbe essere una spiaggia ma si capisce subito che c’è qualcosa che non va. Il mare ha un colore malato e sullo sfondo si scorge una foresta scura e contorta che ricorda da vicino l’inferno dantesco e più precisamente il bosco descritto nel canto XIII: “Non fronda verde, ma di color fosco; non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti; non pomi v'eran, ma stecchi con tòsco”. Lo sfondo della selva dei suicidi è in effetti più adatto per mostrare il compimento dell’autodistruzione dell’umanità, un’autodistruzione che ha il sapore dell’apocalisse, della venuta dell’anticristo. Il sempre ottimo Luigi Iacuzio infatti apre con un lungo monologo sui documenti d’identità che a un’attenta analisi ricorda il libro delle Rivelazioni XIII 16-17: “Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome”. Eppure non si può sentire la presenza del Maligno, la cui immanenza sarebbe probabilmente assolutoria nei confronti di un’umanità che distrugge solo perché è quello che sa fare meglio.
Su questo sfondo avviene l’incontro fra Carlo e Rocco, due uomini sconosciuti, atterriti e aggressivi accomunati dalla fame, dal bisogno di nutrirsi, il più elementale degli esseri viventi. Il loro dialogo si dipana sul terreno della razionalizzazione di questa urgenza, dal bisogno di cogliere l’astrazione di un morso interno che è però totalmente fisico e dunque non si può liberare dalla stretta del corpo. Da qui l’inconciliabilità di istanze di sopravvivenza e nobile umanitarismo, separate dall’eterna lunghezza che divide vittima e carnefice.
E’ allora che arriva Hyam (diminutivo del nome ebraico Chaim, che vuol dire “vita”), che dietro la sua apparente maternità, innocente nella sua follia di fronte al disastro, cela in realtà inquietanti ambiguità a partire dal nome (Chaim in realtà è un nome maschile). Fino alla conclusione. Mostruosa o solo necessaria? Da questo dubbio emerge il chiaro monito ecologista de La grande cena.
Arricchito da un cast tecnico e artistico di alto livello, La grande cena ha tutti i requisiti per turbare e per fare discutere la nostra razionale umanità. Razionale, naturalmente, finché sazia. Dopo, non è dato saperlo.
(Mauro Corso)
Pubblicato su TeatroTeatro.it

Alberto, Giulio, Luigi e Attilio sono la personificazione, ciascuno a suo modo, del disagio di essere uomini alla ricerca di una propria identità. Andiamo dal palestrato, la cui cura del corpo denuncia un grado molto elevato di femminilizzazione, all'impotente, passando per il marito scopertosi omosessuale fino ad arrivare al classico cocu, termine elegante per definire il cornuto. Ciascuno di questi ha un figlio o una figlia che per varie ragioni non vedono mai e con cui non hanno un vero rapporto (la casistica italiana dimostra che la prole viene affidata nella gran maggioranza dei casi alla moglie). E così i personaggi di questa tragicommedia vivono insieme, tra routine e confessioni, momenti di debolezza e difficoltà. Ne esce un quadro molto vivace, in cui però spesso l'eccesso di movimento nasconde una desolazione profonda e persistente. Lascia perplessi la scelta degli autori di spingere l'acceleratore sull'equivoco omosessuale. Anche il personaggio di Giulio, interpretato da un bravo Gianni Cannavacciuolo che molto spesso riempie la scena con la sua parlantina e la sua fisicità esuberante, qualche volta ricade nello stereotipo gay. Questi elementi troppo spesso danno la stura a battutacce e situazioni da caserma, in cui vengono involontariamente mimati rapporti a sfondo omosessuale. Nulla di riprovevole in questo, si badi bene, e di certo l'apprezzamento di questo genere di umorismo dipende molto dai gusti personali, però questi momenti appaiono spesso troppo calcati e non del tutto congeniali al tipo di storia che viene raccontata.
